L?incubo nucleare e la minaccia di una devastante cyberwar

America-Cina Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Venerd 25 febbraio 2022

L’incubo nucleare e la minaccia di una devastante cyberwar
editorialista di marilisa palumbo

Le truppe russe stanno entrando a Kiev e il destino della città è in bilico, come quello del suo governo e del suo presidente. Zelensky si sente braccato, mostra disappunto nei confronti dell’Occidente, chiede di fare di più. La resistenza ucraina si organizza, ma quanto potrà tenere? Davanti all’enormità dell’orrore che arriva dall’Ucraina, di questo attacco folle che ieri ha letteralmente cambiato il mondo, le dichiarazioni e le mosse dei leader da un lato all’altro dell’Atlantico suonano tragicamente sproporzionate per difetto.

Molto si sta facendo, certo, con sanzioni pesantissime (secondo il «Financial Times» tra quelle Ue ci sarà il congelamento dei beni di Putin e Lavrov), ma che ancora dividono il fronte anglosassone e quello europeo. Biden ha ribadito ieri di non avere alcuna intenzione di inviare militari americani sul terreno, l’Europa non è in grado di fare da sola: per dirla con le parole sorprendentemente sincere del capo di Stato maggiore tedesco (che parlava in particolare della Germania) «siamo nudi di fronte al nemico». Sullo sfondo, lo spettro della guerra nucleare. E la minaccia più vicina di una devastante sfida cibernetica.

Tra tanta angoscia le immagini delle migliaia di russi che sono scesi in piazza da un capo all’altro del Paese offrono la speranza — per quanto ancora molto flebile — che la Russia non sarà per sempre di Putin.

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1. Un piano per salvare Zelensky
editorialista
di giuseppe sarcina, corrispondente da washington

imageUn fermo immagine del videomessaggio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky

Il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ieri sera si è presentato davanti alle telecamere per chiedere ancora una volta l’aiuto dell’Occidente, per provare a rassicurare i suoi concittadini, ma soprattutto per annunciare: «Sono io l’obiettivo numero uno del nemico».

(…) Zelensky ha sfidato i russi: «Non me ne andrò, resterò al mio posto». Tuttavia americani ed europei sono preoccupati non solo per la sua incolumità personale, dei suoi ministri e dei famigliari, ma anche per il rischio che il Paese resti senza istituzioni riconosciute. Washington e Bruxelles hanno bisogno in un interlocutore legittimo. In caso contrario l’Ucraina potrebbe sprofondare nel caos e per Putin sarebbe più facile assumere il controllo del territorio.

La portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, ieri ha glissato sul punto, ma con un elaborato giro di parole ha fatto capire che il tema «della sicurezza» di Zelensky è all’ordine del giorno. E probabilmente Joe Biden ne ha parlato con lo stesso leader ucraino nella telefonata di mercoledì notte, subito dopo l’inizio dell’attacco russo. Siamo ancora nel campo delle ipotesi. Ma a quanto sembra il presidente Usa non è intenzionato a inviare un commando militare per portare in salvo Zelensky, se la situazione dovesse precipitare rapidamente.

Non ci sarebbero, allora, molte possibilità. Gli americani cercheranno di convincere Zelensky a non asserragliarsi nel palazzo presidenziale, come fece Salvador Allende nel Cile del 1973 pur di non cedere il passo al generale golpista Pinochet. Il presidente ucraino, invece, dovrebbe lasciare Kiev e formare un esecutivo in un’altra città, probabilmente a Leopoli, vicino al confine polacco. Ma potrebbe anche non bastare per sfuggire ai tank di Putin. E allora il Zelensky potrebbe riparare all’estero, nella stessa Polonia per esempio, e formare un governo in esilio, cercando di restare il punto di riferimento per gli ucraini e per una possibile seconda fase del conflitto, di cui pure si comincia parlare: la resistenza, la guerriglia contro gli invasori (qui l’articolo completo).

2. La resistenza ucraina e la teoria del porcospino
editorialista

imageUn soldato ucraino ferito e un suo commilitone stamattina a Kiev

Nascerà una nuova resistenza ucraina? La risposta degli esperti non è uniforme, il tema è comunque è stato lanciato negli Usa da alcuni specialisti. Sappiamo che è «facile”» iniziare una guerra, ma è complesso gestire il dopo.

Il territorio è enorme, non bastano certo 200 mila soldati a controllarlo. Chi si difende ha avuto molto tempo per prepararsi. Per Mosca è relativamente agevole scaricare la sua potenza di fuoco su bersagli definiti, più complesso acchiappare piccole formazioni il cui obiettivo è logorare l’avversario. È probabile che le forze locali abbiano creato depositi d’armi, rifugi.

Alcune delle loro unità scelte sono state addestrate da un programma della Cia iniziato nel 2015 dopo gli eventi in Crimea, sanno come comportarsi. Colpendo vie di comunicazione, convogli, ufficiali. Naturalmente molto dipende da quale sarà la posta finale. Se Putin si «accontenta» di prendere solo una parte del Paese le possibilità di tenere crescono, altra cosa se estende il suo mantello sull’intero Paese (finale previsto da molti). Ma anche qui deve poi essere in grado di imporre la sua legge affidata ad un regime fantoccio.

A Washington alcuni rilanciano uno scenario noto, quello del porcospino. L’orso russo, una volta divorata la preda, riuscirà a digerirla? C’è chi è convinto di sì. Gli osservatori evidenziano come sarebbe necessario un supporto esterno per gli anti-russi. Le resistenze si sviluppano per gradi, non sono processi immediati, potrebbero trascorrere mesi, sempre che sopravvivano alla repressione e alla morsa.

Diventa fondamentale creare una pipeline di rifornimenti e — suggeriscono gli analisti — i Paesi Nato che confinano con l’Ucraina dovrebbero trasformarsi in retrovia. Questa scelta — sempre che i governi siano favorevoli — ha una doppia lettura:

  1. È un pungolo e una forma di pressione contro l’invasore
  2. Il Cremlino la considererà un atto ostile, ci sono i rischi di un allargamento del conflitto.

Fino a che punto l’alleanza è disposta a impegnarsi? Su questo punto non manca lo scetticismo.

Mosca — ribatte chi crede poco all’opzione resistenza — ha sviluppato una grande esperienza nel fronteggiare gli insorti. Lo ha fatto in Cecenia, spazzando via tutto anche se con un prezzo altissimo. Per i civili e per i contendenti stessi. Poi è arrivata la crisi siriana, vero laboratorio per l’Armata dove ha provato ogni tipo di mezzo e tattica. Lo zar si è affidato spesso ai miliziani della Wagner, più sacrificabili rispetto ai soldati regolari. Se muoiono le lacrime delle loro madri sono quasi invisibili. (qui l’articolo completo).

editorialista

image

«Putin è diventato pazzo»: questo ha detto Milos Zeman, presidente ceco per anni alleato dello zar Vladimir. Dopo l’annuncio della guerra, un collaboratore del leader francese Macron ha definito il discorso di Putin «paranoide».

Dalla diplomazia alla psichiatria. Per mesi le cancellerie mondiali hanno cercato di decodificare le parole e le mosse del presidente russo: sempre più avvitato nel suo isolamento, e ora pronto a scatenare una guerra fuori tempo e fuori luogo. «Preoccupazione per la stabilità mentale di Putin», titola oggi una corrispondenza del Guardian tra Washington e Parigi.

Discettare sulla salute mentale di certi leader può essere una facile scorciatoia per chiudere gli occhi sui fallimenti della politica (anche) internazionale. Molto si è parlato (per citare esempi e periodi storici a cui si rifà lo stesso Putin) di Adolf Hitler come di un «caso clinico», di un uomo affetto da «schizofrenia paranoide».

D’altra parte, le spiegazioni psichiatriche sono state talvolta usate come scuse da chi si è trovato a rendere conto delle proprie nefandezze (magari sul banco degli imputati). «Il disturbo paranoide di personalità», si legge nei manuali, è caratterizzato da un modello pervasivo di diffidenza ingiustificata; colpirebbe più gli uomini che le donne; e chi ne è affetto ritiene che gli altri vogliano danneggiarlo o ingannarlo. Secondo alcune stime, dal 2,4% al 4,4% degli americani ne soffre. Studi sulla popolazione del Cremlino non esistono, ma sarebbero auspicabili.

4. L’incubo dell’atomica…

imageIl dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, il film di Stanley Kubrick del 1964

«Nessuno deve avere dubbi sul fatto che qualsiasi potenziale aggressore andrebbe incontro alla sconfitta e a gravissime conseguenze se dovesse attaccare direttamente il nostro territorio». Putin nella sua dichiarazione di guerra alludeva alla minaccia nucleare?
Siamo, per fortuna, ben lontani da questo punto, ma una crisi nucleare per quanto «improbabile» non è «impossibile», scrive l’esperto di armi nucleari e sicurezza nazionale Tom Nichols su The Atlantic, elencando poi tre scenari:

  • SCENARIO TERZA GUERRA MONDIALE, il meno probabile, il più catastrofico: un attacco diretto al territorio Nato costringerebbe anche gli Stati Uniti con il suo arsenale nucleare a correre in soccorso degli alleati.
  • L’INCIDENTE Una crisi potrebbe scoppiare a causa di un incidente. I russi potrebbero sparare a un aereo Nato dopo un errore di identificazione, o pensare sbagliando che un loro velivolo sia stato attaccato dagli alleati, solo per fare due esempi. A quel punto russi o americani potrebbero aumentare il livello di allerta dei loro arsenali atomici.
  • LA SCELTA DI PUTIN Il presidente russo potrebbe decidere autonomamente di alzare il livello di allerta, costringendo Biden a fare altrettanto. Per esempio potrebbe organizzare una nuova esercitazione, mettere pressione sperando che una allerta del genere possa fermare il rifornimento di armi da parte di alleati alle forze ucraine.
5 …e quello di una devastante guerra cibernetica
editorialista
di massimo gaggi da new york

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Paralizzare l’intera rete Internet in tutta la Russia, bloccare i treni o addirittura farli deragliare, interrompere l’erogazione di energia elettrica. Sono le opzioni più devastanti che il Cyber Command degli Stati Uniti e la NSA, la centrale dei servizi segreti americani, hanno presentato a Joe Biden: strumenti da usare qualora Washington decidesse di rispondere all’invasione dell’Ucraina con un massiccio attacco cibernetico contro la Russia.

La Casa Bianca, che sta evitando di calcare la mano anche nell’area delle sanzioni convenzionali, per ora temporeggia e con qualche motivo: gli Usa hanno ormai le capacità tecnologiche che consentirebbero loro di arrecare danni gravissimi alle infrastrutture russe, ma il problema è che, come ha detto un funzionario dell’amministrazione alla Nbc, «quello che noi facciamo a loro, loro sono in grado di fare a noi».

È, però, un fatto che la guerra nell’Europa Centrale può battezzare la cyberwar come la nuova, decisiva arma strategica dei conflitti: un’arma che può essere usata con efficacia solo con dai Paesi con maggiori capacità tecnologiche. Un modo per arrecare danni estremi senza le distruzioni immani e permanenti di un conflitto nucleare. Dopo una guerra cibernetica latente contro l’Ucraina, quella che Mosca combatte incessantemente da sette anni, l’invasione del Paese apre la strada a una campagna di sabotaggi informatici delle reti strategiche che costerebbero cari anche — anzi soprattutto — alle popolazioni civili.

Per ora si tratta di minacce di guerra digitale estrema che rimangono sulla carta: i danni reciproci sarebbero immani e va tenuto conto del fatto che la Russia, che pure è intervenuta militarmente o ha invaso territori in vari conflitti degli ultimi anni — Crimea, Donbass, Georgia, Armenia, Bielorussia — fin qui ha sempre cercato di non colpire le infrastrutture che forniscono elettricità, riscaldamento e acqua ai civili.

Gli americani stanno anche valutando la legittimità sul piano del diritto internazionale di un eventuale attacco cibernetico su larga scala. Per gli esperti è possibile sostenere l’autorità legale dell’America se reagisce a un attacco devastante russo usando le armi informatiche anziché ricorrere a distruzioni fisiche e se gli attacchi provocano disruption, cioè rendono momentaneamente inservibili strutture strategiche, e non una vera e propria demolizione.

Stiamo comunque entrando in un nuovo modo di provocare e gestire i conflitti con rischi enormi e ancora non ben esplorati: la tecnologia mette a disposizione nuove armi informatiche che non esistevano in passato. E sono armi relativamente facili da usare per condurre attacchi devastanti, mentre costruire una difesa è molto difficile, complesso e costoso.

Alla fine, l’unica difesa efficace è la deterrenza. Gli Usa hanno sviluppato i loro potenti filoni tecnologici e li hanno usati già più di dieci anni fa soprattutto contro i piani nucleari iraniani con Stuxnet, un micidiale malware informatico. Ma la Russia si prepara metodicamente da almeno vent’anni alla guerra digitale e sta usando i suoi strumenti in modo spregiudicato e diversificato: dagli attacchi che paralizzano le reti finalizzati alla richiesta di un riscatto da parte di bande di pirati informatici che operano dal territorio russo, alle infiltrazioni dei servizi segreti del Cremlino nelle reti sociali Usa per alimentare disordini o provocare interferenze elettorali.

editorialista
di francesca basso, corrispondente da bruxelles

imageUn aereo militare nella base americana di Ramstein. Biden ha autorizzato l’impiego di ulteriori forze armate in Germania

Nel pomeriggio i leader dei Paesi alleati si riuniscono per un vertice Nato virtuale nel quale saranno discussi gli sviluppi successivi all’invasione russa dell’Ucraina. Ieri il segretario generale Jens Stoltenberg, in una conferenza stampa congiunta con i presidenti della Commissione Ue Ursula von der Leyen e del Consiglio europeo Charles Michel, ha ribadito il sostegno della Nato alla «sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina» e al «loro diritto all’autodifesa».

L’attenzione sui Paesi Baltici è massima ed è in corso di rafforzamento la presenza della Nato lungo il confine Est dell’Europa. Sono in allerta circa 100 aerei e 120 navi, e i Paesi dell’Alleanza stanno inviando migliaia di militari nei Paesi dell’aera orientale dell’Europa, dalla Lituania alla Romania. Anche l’Italia farà la sua parte: «Siamo pronti a contribuire con circa 1400 uomini e donne dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, e con ulteriori 2000 militari disponibili — ha detto questa mattina il premier Mario Draghi —. Le forze saranno impiegate nell’area di responsabilità della Nato e non c’è nessuna autorizzazione implicita dell’attraversamento dei confini».

Ieri il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto che il presidente russo «Putin non deve sottovalutare la determinazione della Nato a difendere tutti i suoi membri. Questo vale esplicitamente, senza se e senza ma, per i nostri alleati nei paesi del Baltico, la Polonia, la Romania, la Bulgaria e la Slovacchia». La Russia contesta l’aspirazione dell’Ucraina di entrare nella Nato. Ma l’adesione dell’Ucraina alla Nato al momento non è sul tavolo dell’Alleanza.

Putin ha accusato gli Stati Uniti e i suoi alleati di ignorare le richieste di Mosca di bloccare l’Ucraina dall’entrare nella Nato e di offrire alla Russia garanzie di sicurezza. Ieri Stoltenberg ha spiegato che «ogni nazione ha il diritto di scegliere la propria strada» e ha ribadito che «spetta all’Ucraina decidere se vuole far parte della Nato, e poi spetta ai 30 alleati decidere sulla questione dell’adesione quando l’Ucraina sarà pronta per l’adesione» e che «la Russia non ha il diritto di attaccare, usare la violenza, usare le proprie forze armate per invadere una nazione sovrana indipendente, indipendentemente da ciò che pensano dell’adesione alla Nato».

7. Ma il supergenerale tedesco si sfoga: «Siamo nudi davanti al nemico»

imageIl generale Alfons Mais con la ministra della Difesa tedesca Christine Lambrecht

(Michele Farina) Secondo l’ultimo sondaggio di questa mattina il 58% dei tedeschi teme che la guerra arrivi in Germania. Non rassicurano le parole del capo delle forze armate a Berlino, generale Alfons Mais, 59 anni: l’invasione dell’Ucraina, ha detto il responsabile della Bundeswehr, dimostra che noi «siamo praticamente nudi» di fronte alle armate di Putin, «nell’impossibilità di mantenere gli impegni con i nostri alleati».

«Mi sono rotto di questa situazione», ha tuonato il generale su LinkedIn. «L’esercito che ho il privilegio di dirigere è pressoché nudo. Le opzioni che possiamo mettere in campo sono molto limitate. Lo sapevamo tutti che poteva succedere: non siamo riusciti a implementare la lezione dopo che Mosca ha annesso la Crimea nel 2014».

E ora? «I Paesi della Nato non sono ancora direttamente interessati, anche se i nostri partner a Est sentono una pressione crescente. Dobbiamo agire. Se non ora, quando?». Dopo lo sfogo del generale Mais, nessuno nel governo tedesco si è sognato di criticarlo. Poche ore dopo, Annegret Kramp-Karrenbauer, coetanea del generale ed ex ministra della Difesa sotto Angela Merkel, ha manifestato tutto il suo sconcerto per «lo storico fallimento» della Germania «nel sostenere gli sforzi diplomatici con l’ammodernamento dei sistemi di sicurezza». Per quanti Paesi europei si potrebbe dire altrettanto?

8. Cos’è lo Swift e perché l’Occidente è diviso sull’espulsione di Mosca dal sistema
editorialista

imageIl G7 virtuale di emergenza di ieri

Per il momento, l’Occidente è di fronte all’alternativa tra il rimanere unito ed espellere le banche russe dal sistema internazionale di pagamento Swift. Sia Joe Biden che Boris Johnson vorrebbero infatti adottare la misura, ritenuta da molti, ma non da tutti, la più drastica ed efficace per sanzionare l’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina. Gli europei, soprattutto Germania, Italia e Austria, non sono della stessa opinione, come minimo preferiscono aspettare e prendere misure non meno dolorose per la finanza russa ma non coinvolgere il sistema di messaggistica sul quale viaggiano circa la metà delle informazioni sui pagamenti cross-border.

La differenza di approccio tra i due Paesi anglosassoni e gli europei non sta tanto nella durezza della risposta da dare all’enormità dell’azione di Putin. Sta soprattutto nella diversa posizione in cui si trovano i diversi Paesi: come si sa, Germania, Italia e Austria sono molto dipendenti dal gas russo, a causa di errori e di sottovalutazioni strategiche del passato. Berlino, Roma e Vienna temono che, se pagare le forniture di gas a Mosca diventasse difficile, il Cremlino potrebbe ridurre o addirittura cessare le forniture. Probabilmente non succederebbe, ci sono altri modi per saldare le fatture: sono però più complicati, più costosi e il loro utilizzo potrebbe poi diventare una spinta per rafforzare le alternative all’uso dello Swift. Gli europei, inoltre, ritengono che gli Stati Uniti e il Regno Unito abbiano altri mezzi per colpire le banche russe, dal momento che ospitano i due centri finanziari più potenti al mondo, New York e la City di Londra.

La Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (Swift) è una cooperativa, con base legale in Belgio, che fondamentalmente fornisce un servizio di messaggistica tra intermediari finanziari che devono regolare transazioni tra un Paese e l’altro. Al network afferiscono più di undicimila istituzioni finanziarie di oltre duecento Paesi. Ma non è che le transazioni avvengano sul sistema: la funzione di Swift è quella di garantire che i messaggi relativi a un pagamento passino (e siano certificati) sulla rete per arrivare al creditore: la transazione sarà poi saldata direttamente tra le istituzioni coinvolte, sui conti che ognuna ha con le altre.

Si tratta di un sistema sicuro ed abbastanza efficiente. Ci sono però alternative allo Swift: espedienti per regolare i pagamenti più o meno direttamente, anche se meno sicuri, più lenti e più costosi; il sistema di pagamenti Mir, lanciato dalla banca centrale russa nel 2017; il Cross-Border Interbank Payment System lanciato nel 2015 dalla Cina per le transazioni in yuan.

Al di là dello strumento utilizzato, colpire le banche russe è una delle sanzioni probabilmente più efficaci per fare pagare un prezzo elevato a chi ha dichiarato la guerra in Europa. Se gli Stati Uniti decidono di impedire l’accesso al mondo del dollaro a chi fa transazioni con le banche russe, l’effetto potrà essere devastante. E già oggi la grande finanza internazionale sa che effettuare operazioni in dollari a nome di clienti russi sulla piazza di Londra (dove passa due quinti delle operazioni di cambio, 2.700 miliardi di dollari al giorno) è ad alto rischio. La finanza russa è ormai in un angolo: pericoloso toccarla. Anglosassoni ed europei dovranno — assieme — decidere con quali strumenti danneggiarla al punto di fare vacillare l’avventurista Putin.

9. Xi aiuterà l’amico al Cremlino ad ammortizzare le sanzioni?
editorialista

imageIl ministero degli Esteri di Pechino

L’Occidente ha promesso «sanzioni devastanti» contro la Russia. Al di là dell’efficacia delle sanzioni economiche e finanziarie nel fermare una guerra, è da notare in questo frangente l’atteggiamento sprezzante da parte del Cremlino, che ha liquidato la minaccia con un sonoro «chissenefrega». In realtà le sanzioni sono azioni pesanti, capaci di mettere alle corde una nazione anche se i risultati possono diventare evidenti soltanto dopo un lungo periodo.

Nel caso della Russia, tuttavia, è possibile ipotizzare che tanta spavalderia, al di là della retorica guerresca, sia dovuta alla garanzia che la Cina avrebbe assicurato ai «quasi alleati». Putin e Xi, è nelle cronache, si definiscono «ottimi amici» e si sono parlati a lungo in occasione dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Pechino, quando lo zar è stato accolto come ospite d’onore dal presidente cinese. Nessuno sa che cosa si siano detti, al di là delle garanzie di non «disturbare»la festa sportiva.

Tuttavia, la Cina ha da tempo messo sul piatto la volontà di «aiutare gli amici» contro l’arroganza dell’Occidente. In questo caso specifico, la Repubblica Popolare è sicuramente in grado di vanificare, almeno in parte, gli effetti delle sanzioni assorbendo l’esportazioni di materie prime russe, a partire da gas e petrolio. Così facendo, peraltro, Pechino otterrebbe anche di drenare risorse di cui l’Occidente (come ben sanno gli italiani) ha sicuramente bisogno.

Oltre a questo, la Cina può certamente aumentare le importazioni di beni (ma l’interscambio in questo caso è trascurabile, date le caratteristiche «primitive» dell’economia russa). E, probabilmente, garantire finanziamenti al governo di Mosca se le sue riserve (500 miliardi dollari) dovessero restringersi eccessivamente: Pechino ha accumulato oltre tremila miliardi di dollari di riserve in valuta e oro, dunque ha un’autonomia virtualmente infinita se paragonata a quella occidentale. Altro discorso, naturalmente, sono gli effetti diplomatici di queste scelte: ma la divisione del mondo in blocchi potrebbe aver cancellato scrupoli e/o timori a questo riguardo.

10. L’indignazione che non c’è
editorialista

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Non è tra le cose più importanti, in questo tempo drammatico. Ma è irritante. La compagnia degli specialisti improvvisati si è spostata dalla pandemia alla guerra. Sono bastate 36 ore per ascoltare — in ogni momento, in molti programmi televisivi e radiofonici — opinioni categoriche e superficiali, da parte di chi non dovrebbe esprimerne. Perché non ha alcuna esperienza dei luoghi e dei popoli; perché manca delle conoscenze minime (diplomatiche, politiche, storiche); perché non mostra empatia e indignazione. Fra tutte, questa è forse la colpa più grave.

Certo è stupefacente ascoltare dissertazioni sulla guerra in Ucraina da parte di chi non ha neppure idea della superficie di quel Paese (ve lo diciamo noi: due volte l’Italia), della popolazione (44 milioni, poco meno della Spagna), della sua storia (indipendenza dall’Urss: 1991), della sue vicende politiche. Non occorre essere stati a Kiev o a Mosca per parlare di quanto sta avvenendo: però aiuta a capire. E suggerisce prudenza e rispetto.

E chi s’è occupato d’altro, non ha viaggiato nel mondo slavo, non ne conosce la storia e la mentalità, che cosa deve fare? Astenersi e tacere? Non necessariamente. Può fare quello che alcuni hanno provato a fare durante la pandemia: ascoltare le persone competenti, semplificare e sintetizzare, porre — e porsi — domande. E se viene richiesta un’opinione? Rispondere premettendo tre piccole parole («Mi sembra che…»), citando le proprie fonti di informazione.

Questo avviene raramente. Presi dall’eccitazione della telecamera — esiste — troppi incompetenti pontificano su questioni militari e geopolitiche. Politici, giornalisti, accademici, persone di spettacolo. Un conduttore crudele potrebbe mostrargli una carta geografica muta e chiedere di indicare la posizione di Kiev, Leopoli e Odessa. Non avverrà. Anche perché alcuni conduttori sarebbero altrettanto perduti, di fronte a quella mappa.

Ma c’è una cosa ancora più importante: mostrare di sentire la gravità, il peso e il dolore di quanto sta accadendo. Vladimir Putin non sta giocando a Risiko: questa guerra, folle e anacronistica, sta minando le basi della convivenza europea. Davanti a questa enormità, bisogna indignarsi. Certi commenti distaccati possono significare una di queste cose: ignoranza; cuore di pietra; oppure silenziosa, inconfessabile ammirazione per lo zar bellicoso. La prima cosa sarebbe sconsolante; la seconda, irritante; la terza, ributtante.

11. TACCUINO SICUREZZA (quello che si muove attorno alla crisi)

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(Guido Olimpio) Due news sul taccuino sicurezza:

  • Segnalata una grande concentrazione di unità russe davanti alle coste siriane, 16 tra navi e sommergibili. Una presenza che non rappresenta una sorpresa visto che sono nel Mediterraneo da molto tempo e che nel Paese arabo hanno basi importanti. Della formazione fanno parte: due incrociatori classe Slava, due Udaloy con compiti antisub, fregate e corvette classe Buyan (dotate di missili da crociera Kalibr, usati nel conflitto), sottomarini Kilo e altri mezzi di supporto. È possibile che la task force debba partecipare ad uno «show» di forza, un dispiegamento dimostrativo non legato a operazioni dirette. Questa la valutazione dell’esperto HI Sutton.
  • Kiev ha chiesto alla Turchia di impedire il passaggio di navi russe attraverso il Bosforo. Ecco cosa prevede la Convenzione di Montreaux del 1936 che sancisce la libertà di navigazione nello Stretto. Cito da Naval News. In caso di guerra: a) se turchi non sono coinvolti, c’è libero transito per chiunque; b) se turchi sono coinvolti: libero transito per navi civili che appartengono a Paesi non ostili e che non collaborano con avversari; devono seguire rotta prestabilita da autorità. Per quanto riguarda le unità militari Ankara ha potere di veto. In caso di pericolo imminente di guerra: a) c’è libero transito per navi civili ma secondo regole determinate dalle autorità locali; b) Ankara può decidere se far passare o meno unità militari. Il governo può anche porre dei limiti a navi superiori ad un certo tonnellaggio. L’autore dell’articolo però spiega che la Turchia, anche se parte della Nato, non ha alcun interesse ad un passo che rompe la linea di equilibrio e la esporrebbe ad un contrasto duro con Mosca. Inoltre la Russia dispone in Mar Nero di un dispositivo sufficiente per le sue operazioni contro gli ucraini.
12. Il fronte interno che lo zar non si aspettava
editorialista

imageLa manifestazione contro la guerra ieri a San Pietroburgo

L’opposizione non russa: il gioco di parole è vecchio ma la linfa nelle vene dei movimenti anti-Putin, apparentemente stroncati con l’arresto di Navalny lo scorso anno, sembra tutta nuova. Ieri, contro l’invasione russa dell’Ucraina, migliaia di persone in almeno 43 città del Paese sono scese in piazza per protestare, con cartelli e slogan contro la guerra — «Fuori dall’Ucraina!» — ma anche contro il governo e il presidente Putin, da San Pietroburgo a Novosibirsk, da un capo all’altro del Paese.

Non ci sono stime ufficiali sul numero dei partecipanti: l’osservatorio indipendente Ovd-Info ha stimato gli arresti in 1400-1700, di cui metà a Mosca dove piazza Pushkin è stata subito resa «zona rossa» dalla polizia. Ma le stime degli osservatori sono che i partecipanti ai cortei e ai picchetti fossero circa 10-20 volte gli arrestati. Una mobilitazione che non ha precedenti da molto tempo: dopo l’arresto di Aleksej Navalny, a gennaio 2021, e i conseguenti arresti di manifestanti e dissidenti a centinaia, l’opposizione russa sembrava silenziata, vicina a dissolversi.

Ed è come se l’invasione dell’Ucraina l’avesse risvegliata: data la rapidità e la ferocia della repressione, che anche ieri ha subito disperso i cortei e arrestato con la forza i manifestanti, non era scontato che ci fossero ancora manifestazioni affatto.

Qualche scena dalle piazze. Folla a San Pietroburgo, che ha trovato cordoni di polizia in assetto antisommossa ancora prima di radunarsi per il corteo. Piazza Pushkin a Mosca transennata dal mattino: almeno 400 arresti sarebbero poi avvenuti lì. Tra i primi arrestati un ottantenne: lo storico dissidente Lev Alexandrovic Ponomarev, ammanettato già alla vigilia della guerra mentre manifestava a Mosca con una dozzina di suoi coetanei. I picchetti anche molto piccoli sono una costante di questi giorni: gli arresti e la repressione degli ultimi anni hanno frantumato il movimento, e c’è chi scende in piazza quasi individualmente. O proprio da solo: come a Mosca la copresidente del sindacato dei giornalisti Sofia Rusova, scesa in strada a Mosca con il cartello «L’Ucraina è la disgrazia della Russia».

Molte celebrity russe ci hanno messo la faccia, dalla popstar Valery Meladze alla pattinatrice-star Evgenia Medvedeva, dal conduttore tv Ivan Urgant alla popstar Svetlana Loboda. Nomi che al di qua della (rediviva?) Cortina di ferro non dicono molto, ma che in patria hanno ampio seguito. E che rischiano di non poter mai più lavorare sui media vicini al governo, cioè quasi tutti.

13. E i jet cinesi tornano su Taiwan
editorialista

Due settimane di tregua olimpica e poi tutto è tornato alla normalità. Che per Taiwan significa, ormai da mesi, la «visita» quotidiana di jet militari (caccia, bombardieri, aerei-spia) della Repubblica Popolare. I velivoli con la stella rossa entrano nella zona di identificazione dell’isola «ribelle», percorrono un tratto più o meno lungo a seconda dei momenti, poi invertono la rotta e tornano verso la madrepatria.

Quel che conta, almeno in questa fase, è suscitare allarme nelle autorità taiwanesi, provocare una risposta (F-16 in decollo rapido per intercettare gli intrusi), e tenere alta la tensione. Il problema è che la guerra in Europa, l’invasione russa dell’Ucraina, il «Paese inesistente» come lo ha definito il presidente Putin, ha cambiato le prospettive anche in Estremo Oriente. Quel che poteva apparire un’eventualità remota ieri, oggi appare una possibilità tutt’altro che inconcepibile.

Pechino rivendica la sovranità su Taiwan dal 1949, anno in cui Chiang Kai-shek e i resti del suo esercito nazionalista sconfitto da Mao si rifugiarono oltre lo Stretto che separa dal continente l’isola un tempo conosciuta con il nome di Formosa. Finora ha retto lo status quo, fragile ma stabile grazie alla presenza nell’area della flotta americana. In futuro, un battito d’ali di una farfalla di Kiev potrebbe determinare la sorte, e la libertà, di un’altra nazione che non c’è.

14. Come aiutare (lista in aggiornamento)
editorialista

imageUn punto di raccolta per i rifugiati in arrivo dall’Ucraina nella stazione ferroviaria di Przemysl, nel sudest della Polonia

Ecco alcuni modi per aiutare i cittadini ucraini

– Se vuoi donare forniture medicheRazom per l’Ucraina : Razom, che significa «insieme» in ucraino, è un’organizzazione di beneficenza di volontari fondata originariamente nel 2014 per sostenere gli ucraini dopo che la Russia ha annesso la Crimea.

United Help Ukraine : un’organizzazione di volontariato senza scopo di lucro che riceve e distribuisce donazioni, forniture mediche e cibo ai rifugiati ucraini, alle persone sul campo in Ucraina e sostiene le famiglie ucraine che hanno perso soldati a causa della guerra. Puoi accedere alla loro raccolta fondi qui e le tue donazioni andranno a fornire assistenza medica di emergenza e aiuti umanitari a coloro che sono in prima linea.

Raccolta fondi per Sunflower of Peace : la raccolta fondi di Sunflower of Peace mira anche a fornire kit di pronto soccorso ai paramedici e ai medici in prima linea. Ogni zaino contiene abbastanza materiale di pronto soccorso tattico per cinque-dieci persone.

Revived Soldiers Ukraine : questa organizzazione no-profit fornisce assistenza medica ai soldati ucraini e fornisce supporto alle loro famiglie. Per aiutare i bambini colpiti dalla guerra

Voices of Children : questa organizzazione aiuta a fornire supporto psicologico e psicosociale ai bambini ucraini colpiti da conflitti armati.

-Per supportare i giornalisti in Ucraina The Kyiv Independent : puoi supportare il media ucraino in lingua inglese tramite GoFundMe o tramite Patreon .

– Dona all’iniziativa Heart2Heart di Nova Ukraine , che raccoglie fondi assistenza per le persone in difficoltà in Ucraina.

-Dona al Comitato Internazionale della Croce Rossa , che fornirà aiuti umanitari agli ucraini colpiti dal conflitto.

– Dona all’esercito SOS , che fornisce cibo e altro supporto direttamente alle truppe ucraine.

A livello italiano si possono sostenere le ong e sigle che già operano sul campo in Ucraina. Tra queste Medici Senza Frontiere, presente nel Donetsk e nella regione di Lugansk dove supporta i più vulnerabili e i pazienti Hiv. Tra le italiane anche Soleterre,che assiste i bambini ucraini malati di cancro.

La Caritas ambrosiana ha lanciato una raccolta fondi per aiutare la popolazione ucraina. La raccolta servirà a fornire beni di prima necessità alle chiese ucraine e anche a supportare le organizzazioni caritatevoli dei paesi vicini: presumibilmente la guerra comporterà numerosi profughi.

Nelle prossime ore, come abbiamo raccontato qui, aumenterà il flusso di persone in uscita dall’Ucraina verso Ovest. Ai confini dell’Europa, dove si aspetta un milione di persone la crisi umanitaria renderà necessario uno sforzo ulteriore di accoglienza. Su questo fronte si stanno già mobilitando tutte le organizzazioni che lavorano per assistere i rifugiati. Tra le prime associazioni a mobilitarsi, in verità già nei giorni scorsi, è stata la Comunità di Sant’Egidio. Anche la Croce Rossa Italiana ha lanciato un’urgente raccolta fondi finalizzata al sostegno delle enormi necessità, cui stanno dando risposta senza sosta i volontari della Croce Rossa Ucraina. Un’emergenza sanitaria e sociale per la mancanza di acqua, cibo, elettricità e assistenza di cui sono vittime centinaia di migliaia di persone. Il tutto, aggravato dalla pandemia di Covid-19 ancora in atto.

Speriamo di essere stati utili per navigare questa immensa crisi.

Ci ritroviamo lunedì

Marilisa Palumbo

America-Cina esce dal luned al venerd alle ore 13.
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