Siamo tutti ucraini | America-Cina di Gioved 24 febbraio 2022

America-Cina Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Gioved 24 febbraio 2022

editorialista di marilisa palumbo

Increduli, attoniti: ci siamo svegliati tutti così questa mattina alla notizia dell’invasione russa dell’Ucraina. I continui e ininterrotti messaggi di allarme americani si fondavano su intelligence solida: l’attacco è arrivato, alle quattro di notte, mentre in una surreale riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu presieduta dalla Russia (!) l’ambasciatore ucraino pronunciava contro il suo omologo moscovita parole che non dovremo dimenticare.

Cosa succede adesso? Biden ha ripetuto molte volte che i soldati Usa non poggeranno i loro stivali sul suolo ucraino, perché se russi e americani si sparano comincia la terza guerra mondiale. Ma se Putin non si limiterà a bombardare le installazioni militari a Kiev, se proverà a prendersi tutto il Paese, se estrometterà il governo democraticamente eletto di Zelensky, cosa faremo? Parleremo di sanzioni davanti a una guerra nel cuore dell’Europa, davanti alla più grande invasione dal ‘39, davanti a uno zar che si è già praticamente preso la Bielorussia e minaccia direttamente Paesi europei e Nato come la Polonia e i Baltici?

Un altro fronte che testerà l’Occidente sarà la prevedibile ondata di migranti che arriverà dall’Ucraina. Riusciremo a essere solidali, anche se con noi l’Est sovranista non lo è stato? In queste ore si parla di offrire subito al governo di Kiev — se riuscirà a resistere — una road map di adesione alla Ue. Ci sono molti ostacoli sulla strada, ma potrebbe essere anche quello un modo di continuare a difendere i valori di accoglienza e libertà dell’Europa. Perché nonostante tutte le sue debolezze, è la nostra democrazia che spaventa a morte i dittatori (e intanto la Cina sta prendendo nota).

Sul sito trovate gli aggiornamenti, i video e i reportage dei nostri inviati, le analisi e gli scenari delle nostre firme.

La newsletter AmericaCina è uno dei tre appuntamenti de «Il Punto» del Corriere della Sera. Potete registrarvi qui e scriverci all’indirizzo: [email protected]

1. «I criminali di guerra finiscono all’inferno»
editorialista

imageL’ambasciatore ucraino all’Onu Sergiy Kyslytsya

Bombe e parole: lo scambio di colpi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York rappresenta l’unico contatto «in presenza» tra due Paesi in guerra. L’ambasciatore ucraino Sergiy Kyslytsya parla in inglese con voce alta, indignata, con i gomiti larghi sulla scrivania e le mani appoggiate sulle braccia: «Colleghi, è troppo tardi per parlare di de-escalation. Il presidente russo ha dichiarato guerra all’Ucraina».

Kyslytsya alza lo smartphone e si rivolge all’ambasciatore russo con tono di sfida: «Devo mostrarle il video del vostro presidente? Ambasciatore, devo farlo adesso? Può confermarlo?». Poi abbassa il telefonino, le mani tornano sulle braccia. Passa qualche secondo. La sua vorrebbe essere una domanda retorica. Che però non viene colta dalla controparte russa: Vassilij Nebenzia, 60 anni, dal 2017 rappresentante permanente di Mosca al Consiglio di Sicurezza dopo la morte improvvisa del decano della diplomazia russa all’Onu Vitaly Churkin, allunga la mano per schiacciare il bottone del microfono e rispondere.

Ma l’ucraino ribatte: «Non mi interrompa mentre parlo, grazie». Il russo risponde in inglese: «E allora non mi faccia domande mentre parla. Prosegua con la sua dichiarazione». Già, perché l’ironia della sorte vuole che sia l’ambasciatore russo a condurre la riunione: è lui a presiedere per il mese di febbraio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove Mosca ha potere di veto insieme con altre quattro grandi potenze: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Cina.

E allora l’ambasciatore ucraino prosegue: «Comunque sia, voi avete dichiarato la guerra, ed è responsabilità di questo Consiglio fermarla. Così chiedo a tutti voi di fare tutto il possibile per fermare la guerra». Quando arriva il turno dell’ambasciatore russo, il tono è diverso, inversamente proporzionale all’aggressività del discorso di Putin e dei caccia russi che bombardano l’Ucraina. Nebenzia, che ha cominciato la sua attività diplomatica come attaché all’ambasciata sovietica in Thailandia tra il 1988 e il 1990, a cavallo della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzione dell’impero sovietico, parla stancamente con la mascherina chirurgica a coprirgli il viso, avendo davanti i due cartelli con le scritte in inglese: Federazione Russa e Presidente.

Nebenzia gioca con le parole parlando in russo: «Non si tratta di una guerra ma di un’operazione militare speciale nel Donbass». L’ucraino replicherà poco dopo prendendolo di petto: «Come presidente (del Consiglio di Sicurezza), faccia il suo dovere: chiami Putin, chiami Lavrov, e chieda loro di fermare l’aggressione». Poi Kyslytsya si rivolge all’intero Consiglio: «Approviamo la scelta di alcuni Paesi che hanno chiesto una riunione per prendere delle decisioni e condannare la vostra aggressione nei confronti del mio popolo. Non c’è via di fuga per i criminali di guerra, ambasciatore, finiscono diretti all’inferno».

Il russo incassa e ribatte con voce bassa, monotona, come se non si parlasse di guerra ma di un equivoco linguistico, una formalità burocratica, una riunione come le altre. Poche parole che si fanno beffe del castello di carta delle Nazioni Unite: Nebenzia giustifica l’attacco russo in base all’articolo 51 della Carta dell’Onu, chiamando in causa il diritto all’«autodifesa». E prima di aggiornare la seduta: “Voglio concludere dicendo che noi non siamo aggressivi contro il popolo ucraino, ma contro la giunta al potere a Kiev”. Sappiamo che la notte scorsa il presidente ucraino Zelensky aveva cercato di parlare al telefono con Putin. Sappiamo che il discorso del leader russo era stato pre-registrato lunedì scorso. Lo scambio di parole al Consiglio di Sicurezza tra i due ambasciatori, a migliaia di chilometri di distanza, nella bolla di vetro del palazzo dell’Onu, costituisce l’unica e l’ultima forma di contatto diretto tra nemici. Un dialogo tra sordi messo in scena «in presenza», un teatro dell’assurdo con spettatori impotenti.

2. Biden purtroppo aveva ragione
editorialista

image

Dopo un incontro con gli altri leader del G7, Joe Biden annuncerà oggi «sanzioni dure» contro la Russia, con l’appoggio bipartisan del Congresso, dopo quello che il presidente degli Stati Uniti ha definito nella notte un attacco «non provocato e ingiustificato» contro l’Ucraina. «Il presidente Putin ha scelto una guerra premeditata che porterà ad una catastrofica perdita di vite e a grandi sofferenze. La Russia è l’unica responsabile per la morte e distruzione che questo attacco porterà, gli Stati Uniti e i suoi alleati risponderanno in maniera unita e decisa. Dovrà renderne conto al mondo».

Gli storici dibatteranno a lungo se le preoccupazioni di Putin fossero giustificate, se la Nato abbia sbagliato ad espandersi, se l’Occidente abbia fatto troppo poco per offrire garanzie a Putin o se al contrario abbia sbagliato a considerare l’autocrate russo un ragionevole partner geopolitico, ma non c’è dubbio alcuno che l’invasione di un vicino più debole è inaccettabile. Alla fine, l’invasione annunciata dagli Stati Uniti nello scetticismo parziale anche di alcuni alleati è avvenuta. «Biden ha affrontato la crisi con fermezza, pazienza, risolutezza e dignità, rivelando regolarmente ciò che l’intelligence americana sapeva sui piani di Putin», scrive il New York Times. «Un approccio nuovo alla gestione di una crisi nell’era dei social media che probabilmente ha contribuito a rafforzare la fermezza europea durante il lungo aumento ambiguo delle forze russe al confine».

La Casa Bianca, consiglia ora il direttore del Council on Foreign Relations Richard Haass, deve continuare con la stessa strategia. C’è anche chi ha criticato il presidente Usa per non aver applicato tutte le sanzioni subito e insieme: «Con i russi la moderazione dell’Occidente non ha mai funzionato, la potrebbero vedere come una ulteriore debolezza», sosteneva ieri un editoriale del Wall Street Journal in linea con le richieste di tanti repubblicani al Congresso. Biden ha voluto provare fino alla fine la strategia del «bastone e della carota» per evitare una guerra su larga scala, e anche nella lettera di Antony Blinken che disdiceva l’incontro con l’omologo russo Sergei Lavrov a Ginevra, alla vigilia della guerra, si offriva ancora la possibilità di scegliere il dialogo. Il New York Times afferma che è stata una giusta scelta e invita il presidente a continuare ad cercare una via d’uscita persino adesso.

Gli esperti e gli storici non concordano sulle parole: questa è o no una nuova Guerra Fredda? Biden, che secondo alcuni è il primo vero presidente post-Guerra fredda e che indubbiamente vorrebbe portare l’America ad affrontare nuove priorità geostrategiche, si ritrova trascinato in un passato che ha l’età per ricordare, in «una battaglia secolare tra autocrazia e democrazia, tra dittatura e libertà — scrive Anne Applebaum su The Atlantic — in cui l’Ucraina è ora la nostra linea del fronte».

3. L’America teme uno scenario siriano: in arrivo in Europa un’ondata di profughi
editorialista
di Giuseppe sarcina, corrispondente da washington

imageUn pullman fermo in un ingorgo in uscita dalla capitale ucraina Kiev

Il dipartimento di Stato americano — dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia — prevede uno «scenario siriano» per l’Ucraina. La vice ministra Wendy Sherman vede avvicinarsi «un massacro»: «Ci saranno migliaia di morti da una parte e dall’altra» ha detto mercoledì 23 febbraio, in un’intervista alla Cnn. Nello stesso tempo si teme una spaventosa ondata di profughi. Qui le stime oscillano. L’ambasciatrice americana all’Onu, Linda Thomas-Greenfeld, nell’intervista a Viviana Mazza sul Corriere , ha parlato di 5 milioni di persone «che resteranno senza casa».

Il segretario alla Difesa, Llyod Austin, da Varsavia, è stato più cauto: «centinaia di migliaia in fuga». Il punto, però, è capire se l’Occidente si stia attrezzando. Il Paese più esposto è la Polonia, che condivide con l’Ucraina non solo un lungo tratto di confine, ma anche intensi e consolidati rapporti sociali e famigliari. Si troveranno in prima linea pure Slovacchia, Ungheria e Romania. Come si stanno preparando? Per ora risulta che solo i polacchi stiano facendo concretamente qualcosa, con l’aiuto dei soldati americani appena sbarcati da Fort Bragg, in North Carolina.

Il dibattito si sta concentrando sulle sanzioni da applicare alla Russia. Oppure sui possibili contraccolpi per l’economia, con i rincari di gas, petrolio, grano e di altre materie prime. Tutto comprensibile, naturalmente. Eppure le organizzazioni umanitarie sono già in pieno allarme e anche la Commissaria europea per l’immigrazione, Ylva Johansson, ha sollecitato i governi a concentrarsi sui piani di emergenza. Nel giro di pochi giorni potremmo passare in una fase successiva.

Sulle mappe dovremo segnare, oltre i fronti di guerra, i tracciati delle carovane di sfollati in cerca di riparo. La prima linea sembra molto fragile. L’Ungheria è guidata da Viktor Orbán, gran costruttore di muri e reticolati. Lo stesso governo polacco certamente non brilla per le politiche di accoglienza. La Romania è uno Stato già in grande difficoltà. La Slovacchia non ha certo le strutture adeguate a ricevere masse di rifugiati.

Toccherà ai grandi Paesi intervenire: Germania, innanzitutto, poi Francia e Italia. Anche gli Stati Uniti saranno chiamati in causa. Joe Biden ha voluto evitare a tutti i costi ogni confronto militare diretto con la Russia. Ma difficilmente potrà defilarsi di fronte a un’emergenza umanitaria. Naturalmente c’è sempre da sperare che prospettive così fosche si rivelino sbagliate. Nello stesso tempo, però, è anche prudente anticipare i tempi e non inseguire un’altra catastrofe, proprio ora che il Vecchio continente sta superando la pandemia. Nel 2015-2016 l’Unione europea versò circa 3 miliardi di euro alla Turchia per ospitare 4-5 milioni di profughi siriani. Questa volta il problema non si potrà scaricare all’esterno.

4. Ora una road map per l’Ucraina nella Ue
editorialista
di francesca basso, corrispondente da bruxelles

imageManifestazione contro la guerra davanti all’ambasciata russa a Varsavia

«Riteniamo che sia necessario elaborare un piano ambizioso e tangibile per l’adesione rapida dell’Ucraina all’Ue entro il 2030». Il premier polacco, Mateusz Morawiecki, e il premier sloveno, Janez Jansa, hanno scritto ieri una lettera al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, per chiedere un piano «preciso, con passaggi, tempi e una garanzia chiaramente definiti di adesione entro il 2030 a condizione che siano soddisfatte le condizioni necessarie». Hanno invitato il Consiglio a prendere «decisioni rapide e coraggiose».

Per discutere della guerra in Ucraina, delle sanzioni contro la Russia e delle misure a sostegno di Kiev, Michel ha convocato per stasera un Consiglio europeo straordinario. Sempre ieri anche il presidente polacco Andrzej Duda e il suo omologo lituano Gitanas Nauseda, in una dichiarazione congiunta con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, hanno sottolineato che «visti i notevoli progressi nell’attuazione dell’Accordo di associazione, delle riforme interne e delle sfide alla sicurezza, l’Ucraina merita lo status di candidato» all’adesione all’Ue e che «Polonia e Lituania sosterranno l’Ucraina nel raggiungimento di questo obiettivo».

La cosa non sarà semplice per le sue implicazioni politiche ma il tema è stato posto e farà discutere. Anche se diverse fonti Ue spiegano che si tratta di una via che difficilmente sarà percorsa. Però per Polonia e Slovenia «è necessario fornire agli ucraini la speranza e la motivazione per continuare a difendere la propria patria, sovranità e democrazia».

5. Ma secondo Pechino non c’è stata nessuna invasione
editorialista
di guido santevecchi, corrispondente da pechino

imageLa portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying durante il punto stampa di questa mattina a Pechino

«Invasione? Si tratta di un uso preconcetto delle parole», ha detto questa mattina Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri cinese in risposta alla domanda di un corrispondente straniero durante il briefing quotidiano a Pechino. La signora Hua sostiene che «è il tipico stile di fare domande dei media occidentali». Nessuna invasione dell’Ucraina dunque, secondo Pechino, piuttosto una «operazione speciale autorizzata dal presidente Vladimir Putin».

Le parti debbono cercare la via della moderazione, del dialogo pacifico per evitare che la situazione finisca fuori controllo, sostiene la diplomazia cinese, sorvolando sul fatto che in Ucraina dalla scorsa notte cadono le bombe e si muovono i carri armati. La portavoce ha addossato la responsabilità della crisi agli Stati Uniti. «Una domanda chiave riguarda il ruolo di Washington, che è colpevole delle tensioni attuali in Ucraina… hanno forse le sanzioni imposte dagli americani mai risolto un problema internazionale? Forse il mondo è migliorato con le sanzioni? Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno accresciuto di dieci volte il peso delle sanzioni e durante il mandato di Donald Trump hanno imposto 3.800 sanzioni; solo nei confronti della Russia, dal 2011 ne sono state imposte 100. È chiaro che nessun embargo commerciale risolverà la situazione in Ucraina».

Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il delegato cinese ha denunciato le sanzioni occidentali contro la Russia. L’ambasciata della Repubblica popolare a Kiev ha consigliato ai cinesi di restare a casa ed esporre la bandiera rossa con le cinque stelle gialle sulle loro auto se proprio devono uscire. «L’ordine sociale è nel caos, fuori controllo, specialmente nelle città, camminare nelle strade può esporre i singoli individui al rischio di attacchi», dice l’avviso dell’ambasciata.

6. Le forze Nato e americane in Europa

image

(Giuseppe Sarcina) Ieri — prima dell’inizio dell’attacco all’Ucraina — il segretario alla Difesa americano, Lloyd Austin, aveva congedato il suo ospite, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, promettendo «assistenza militare». Ma ricordandogli che gli Stati Uniti non interverranno direttamente per difendere l’Ucraina. Il motivo è semplice e lo ha spiegato il presidente Joe Biden: «Se russi e americani cominciano a spararsi, significa che è scoppiata la Terza guerra mondiale»; tra potenze nucleari, va aggiunto.

La posizione di Biden è in bilico. Da una parte potrebbe essere accusato di aver consentito a Vladimir Putin di fagocitare un pezzo di Europa. Dall’altra rischia di trascinare gli Usa in un conflitto spaventoso. Ecco perché Washington si è sforzata, negli ultimi giorni, di valorizzare al massimo i numeri del suo «impegno militare», lasciando, però, «aperta la strada per la diplomazia». Il sito del Pentagono sottolinea come ora ci siano «circa 90 mila militari» schierati in Europa. Nell’ultimo mese sono partiti 4.700 soldati dalla base di Fort Bragg in North Carolina, diretti in Polonia, dove sono stati raggiunti da 300 militari distaccati dai presidi tedeschi. E altri 8.500 sono pronti a muoversi dagli Stati Uniti, con un rapido preavviso. Il Pentagono, poi, ha spostato mille combattenti e battaglioni corazzati «Stryker» in Romania e un piccolo presidio di 100 unità in Bulgaria. L’altro ieri, infine, la Difesa americana ha comunicato altri quattro «riposizionamenti», come vi abbiamo raccontato ieri.

Ma tutto ciò non sembra impressionare più di tanto Putin. Il calcolo politico-strategico del leader russo si basa su due assunti. Il primo è che davvero l’esercito Usa non entrerà mai in Ucraina. Anzi Lloyd ha già fatto rientrare i 150 addestratori militari presenti a Kiev. Secondo: Putin naturalmente conosce bene il funzionamento della Nato. Nel corso degli ultimi venti, trent’anni, gli Usa hanno alleggerito la presenza militare in Europa. Un solo dato: nel 1987 le grandi basi dell’esercito, della marina e dell’aviazione Usa erano 80; oggi sono 29, distribuite principalmente in Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Turchia. Con la fine della guerra fredda, gli Usa hanno gradualmente lasciato spazio alla Nato (qui l’articolo completo).

7. Il passato oscuro dell’agente Vladimir
editorialista

imagePutin ai tempi in cui era stazionato in Germania Est

Un breve indiscreto. Michael Waller ha rilanciato un suo lungo articolo su Vladimir Putin nel Kgb uscito nel febbraio 2000 su Perspective. La tesi centrale, basata su testimonianze e ricostruzioni, è che l’attuale leader russo non sia stato tra gli agenti più abili. E che sia stato impiegato per buona parte della sua carriera nella sorveglianza verso elementi ritenuti ostili, poco affidabili. Non un vero compito da 007. Inoltre sembra che avesse il soprannome di «Stasi», un riferimento alla polizia segreta della Germania Est, Paese dove ha prestato servizio dall’84 al 1990 seguendo vicende politiche locali.

Secondo l’autore nel passato del neo-zar ci deve essere qualcosa di nascosto, un segreto nel segreto. Due le ipotesi: azioni repressive o affari economici illegali. Waller aggiunge che una prima biografia di Putin lo collocava nei ranghi del Gru, il servizio di intelligence militare, un dettaglio poi eliminato. Una narrazione riempita, aggiunge, di annotazioni brillanti a sottolineare le sue capacità. Non c’è un giudizio unanime su quale fosse il suo ruolo: fonti del controspionaggio tedesco — parliamo del 2000 — faticavano a dare un quadro preciso mentre per i colleghi americani Putin sarebbe stato parte del Direttorato T, incaricato di carpire informazioni tecnologiche nel campo avversario.

9. Per i trumpiani il vero dittatore è Trudeau. E Washington si blinda per l’arrivo dei «camion del popolo»
editorialista
di massimo gaggi da new york

imageSostenitori del convoglio di camion partito dalla California

Il Pentagono ha autorizzato il dispiegamento di 700 militari della Guardia Nazionale (disarmati) per presidiare, insieme alla polizia cittadina, i principali nodi del traffico di Washington e dei raccordi autostradali che circondano la capitale americana in vista dell’arrivo di molti convogli di camion decisi a inscenare una protesta contro le misure anti Covid simile a quella con la quale i trucker canadesi hanno bloccato Ottawa per diverse settimane.

Gli organizzatori dei People’s convoy Usa affermano che non intendono seguire le orme del Freedom Convoy canadese che ha paralizzato per settimane la capitale e chiuso l’Ambassador Bridge: il ponte sulla frontiera tra Stati Uniti e Canada che è anche il maggior luogo di transito di merci tra i due Paesi. Ma il timore è che alcuni di questi convogli vogliano, invece, proprio cingere d’assedio la città martedì, quando il presidente Biden pronuncerà il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione.

Anche per questo le autorità cittadine hanno deciso di proteggere di nuovo il Congresso, sede del discorso del presidente, circondandolo con reticolati come è stato fatto per molto tempo l’anno scorso dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Le varie autocolonne hanno programmi, tempistiche e leadership diverse. Quella più grossa, partita da Adelanto, in California, percorrerà ben 4000 chilometri attraversando tutto il Paese. Gli organizzatori sperano che le poche decine di manifestanti partiti dalla California diventeranno migliaia lungo il percorso, fino a organizzare una manifestazione imponente alle porte di Washigton dove arriveranno sabato 5 marzo.

Ma altri, come l’autocolonna partita ieri da Scranton, città natale di Biden in Pennsylvania, arriveranno dalle parti della capitale molto prima e le promesse degli organizzatori sono ambigue: dicono che non intendono bloccare il traffico, ma poi aggiungono che il blocco potrebbe accadere se le loro richieste — cancellare gli obblighi di vaccinazione e mascherine dove ci sono ancora — non verranno accolte. Se non un ricatto, una sfida e una prova di forza, visto che venerdì scorso Biden ha deciso di prorogare ulteriormente lo stato d’emergenza per la pandemia. Il timore della sindaca Muriel Bowser — accusata dai conservatori di reazione eccessiva per aver mobilitato 500 poliziotti, preparati a possibili manifestazioni violente — è che ci possa essere una qualche regia politica per creare disordini.

Da settimane i media della destra trumpiana seguono con attenzione ossessiva le manifestazioni dei camionisti canadesi (in realtà manifestazioni molto americane visto che sui camion sventalo bandiere confederate e dei cospirazionisti QAnon) e trattano il premier Justin Trudeau da dittatore perché ha fatto ricorso allo stato d’emergenza per liberare le strade. Da giorni viene fatta salire la temperatura politica: diversi commentatori ed esponenti della destra radicale hanno fatto un parallelo tra due crisi — quella dei camionisti canadesi e l’invasione russa dell’Ucraina — concludendo che Trudeau è un dittatore più sinistro di Putin, leader patriottico, incompreso all’estero. Candace Owens, conduttrice e attivista afroamericana di estrema destra, nota per le sue interviste «a cuore aperto» a Trump, usa un linguaggio agghiacciante: «Basta parlare di Russia. Mandiamo, piuttosto, truppe in Canada ad abbattere il tiranno Trudeau». Con un linguaggio meno estremo, ma con mossa comunque insidiosa in vista dei delicati passaggi della prossima settimana, un gruppo di deputati repubblicani ha firmato una lettera nella quale Biden viene accostato a Trudeau: tutti e due accusati di limitare le libertà dei cittadini con obblighi Covid definiti «draconiani».

A domani

Marilisa Palumbo

America-Cina esce dal luned al venerd alle ore 13.
Per segnalazioni e commenti scrivete a [email protected]
Se ti piace questa newsletter, condividila con i tuoi amici.

Ricevi questa email in quanto iscritto alla newsletter. Titolare del Trattamento Dati è RCS MediaGroup S.p.A.
Se intendi disiscriverti da Il Punto e non ricevere più le newsletter Il Punto-Prima Ora, Il Punto-America-Cina, Il Punto-Rassegna Stampa, Il Punto-Ultimora, Il Punto-Edizione Speciale, Il Punto-Extra per voi fai click qui. Se desideri rettificare, modificare, consultare i tuoi dati o comunque esercitare i diritti riconosciuti ai sensi degli artt. 15-22 del Regolamento UE 2016/679 scrivi a [email protected]
Ritieni interessante questa newsletter? Non perderti gli altri appuntamenti con l’informazione di Corriere della Sera. Scopri tutte le newsletter ed iscriviti subito.


Leave a Comment