Tra la diplomazia e il rumore dei carri armati

America-Cina Il Punto | La newsletter del Corriere della Sera

Luned 21 febbraio 2022

Tra la diplomazia e il rumore dei carri armati
editorialista di marilisa palumbo

Vincerà la diplomazia o a parlare saranno le armi? Stiamo dando troppo margine di manovra a Putin? Nella notte le speranze di evitare la guerra in Ucraina erano appese all’annuncio di un possibile incontro tra Biden e il presidente russo, mediato attraverso un infinito giro di telefonate dal francese Macron. Enorme cautela traspariva però dai comunicati (incontro accettabile dalle parti «in via di principio»), e stamattina il portavoce del Cremlino ha detto che «è troppo presto per parlare di piani concreti per organizzare un summit».

Intanto Putin, dopo aver lasciato le truppe in Bielorussia oltre la fine delle esercitazioni al contrario di quanto annunciato, ha convocato una riunione non programmata del suo consiglio di sicurezza. Anche Biden aveva riunito il suo ieri: secondo le fonti di intelligence americane l’ordine di procedere con una invasione è già partito da Mosca. E infatti Europa e Usa ragionano sui prossimi passi: sanzioni «a scalare» a seconda della portata dell’attacco? A Bruxelles si discute anche di un eventuale fondo compensativo per gli Stati che sarebbero più colpiti dalle misure punitive nei confronti di Mosca (noi e la Germania in testa).

Alla crisi ucraina è legata la gran parte della nostra newsletter di oggi, ma non perdetevi il bilancio delle Olimpiadi che si sono chiuse ieri a Pechino e le altre storie del giorno.

Buona lettura.

La newsletter AmericaCina è uno dei tre appuntamenti de «Il Punto» del Corriere della Sera. Potete registrarvi qua e scriverci all’indirizzo: [email protected]

1. Il gabinetto di guerra di Biden
editorialista
di giuseppe sarcina, corrispondente da washington

imageIl presidente americano Joe Biden con il suo omologo russo Vladimir Putin il 16 giugno scorso a Ginevra

Il presidente Joe Biden accetta «in via di principio» l’ipotesi di un nuovo incontro con Vladimir Putin. Ma «a condizione che la Russia non invada l’Ucraina». La conferma arriva con una nota diffusa alle 20,30 di domenica sera (notte fonda in Italia) da Jen Psaki, la portavoce della Casa Bianca. Nel pomeriggio il presidente americano aveva parlato al telefono con Emmanuel Macron, l’artefice di questo tentativo, forse l’ultimo, di mediazione. Nelle stesse ore Biden aveva convocato una riunione d’emergenza, quasi un gabinetto di guerra, del Consiglio per la sicurezza nazionale. Poi aveva rinunciato al rientro nella sua casa di Wilmington (Delaware), come da programma, facendo sapere che sarebbe rimasto nello Studio Ovale. Brutto segno?

In serata si è capito che il presidente e i suoi consiglieri stavano valutando la proposta di Macron. Per coerenza non potevano che accettarla. Nelle interviste televisive della mattinata, Antony Blinken, il segretario di Stato, aveva sintetizzato il momento con queste parole: «Finché non cominciano a muoversi i cingolati dei carri armati, noi siamo disponibili a seguire la strada della diplomazia». Toccherà allo stesso Blinken esplorare il terreno in un vertice con il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, fissato per giovedì 24 febbraio. A questo punto sembra plausibile attendersi il prolungamento dello stallo, almeno per qualche altro giorno. Lo stesso Putin avrebbe confermato a Macron l’interesse sempre «in linea di principio» a parlarsi con Biden.

Gli americani, in realtà, restano scettici. Casa Bianca e Pentagono pensano che i russi attaccheranno «questa settimana». In ogni caso anche ieri i consiglieri di Biden hanno diffuso una serie di report dell’intelligence per dimostrare come Putin abbia già deciso di lanciare l’offensiva. In questa «info-war», la guerra dell’informazione, si inserisce l’indiscrezione pubblicata dal Washington Post: in caso di invasione, il Cremlino avrebbe pronta una lista di ucraini «da uccidere o da mandare nei campi di detenzione».

2. Guida alla crisi ucraina
3. In caso di occupazione i russi avrebbero già una «kill list»
editorialista
di francesco battistini, inviato a kiev

«Invaderanno», okay. Ma poi che cosa faranno? Putin è «un killer», fu una delle prime cose che disse il presidente americano Joe Biden, appena eletto. Il giudizio pare si confermi. Fra i mille scenari disegnati dalle intelligence occidentali, c’è anche il peggiore: un’occupazione militare dell’intera Ucraina, la presa di possesso dei palazzi del potere a Kiev e la necessità, per Vladimir Putin, di decapitare al più presto tutti gli «elementi di disturbo» e di resistenza.

imageLe commemorazioni della rivolta di piazza Maidan

Un rapporto dei servizi americani, consegnato qualche giorno fa alla responsabile Onu per i diritti umani, l’ex presidentessa cilena Michelle Bachelet, elenca gli «ucraini da uccidere o da mandare nelle carceri» non appena, nella capitale, s’insediasse un governo filorusso. Il Washington Post cita una lettera, non datata ma probabilmente di gennaio, che individua i principali nodi del potere ucraino e il piano del Cremlino per scioglierli in una campagna d’«uccisioni mirate, rapimenti/sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e uso della tortura».

Un po’ quel che s’è visto in Crimea, dove a un’invasione senza sparare un colpo e addirittura all’indizione d’un referendum popolare sull’annessione (col piccolo dettaglio dei fucili dei mercenari di Wagner, ancora spianati per le strade mentre la gente votava), alle prime «pacifiche» ore seguirono poi mesi di repressione: la minoranza tatara costretta ad andarsene, i suoi leader imprigionati e ancora sotto processo.

La lista nera delle persone da far fuori, in caso d’occupazione dell’Ucraina, è stata spedita alla Bachelet dall’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite di Ginevra, Batsheba Nell Crocker: ci si aspetta, si scrive, una «catastrofe sul fronte dei diritti umani». I russi hanno previsto un po’ tutto, dicono gli Usa, e in particolare una sollevazione popolare in molte città ucraine. Per questo, sarebbero già pronte «misure letali per disperdere le proteste pacifiche o per contrastare esercitazioni pacifiche di percepita resistenza da parte della popolazione civile».

Tradotto in cronaca: teste di cuoio alle manifestazioni, caccia ai dissidenti e alle organizzazioni nazionalistiche e d’estrema destra, da Battaglione Azov a Svoboda, a Pravi Sektor, che da tempo si stanno preparando a una guerriglia strada per strada. Non si sa se l’elenco stilato contenga indicazioni anche per gli attuali leader ucraini. Si dice però che il presidente Volodymyr Zelensky abbia già mandato all’estero la famiglia, per prudenza. Anche gli altri nomi di spicco – dall’ex presidente Petro Poroshenko alla pasionaria della Rivoluzione arancione, Yulya Tymoshenko – avrebbero preparato piani di fuga: una soluzione alla bielorussa, con l’opposizione (o meglio la resistenza) che dalla Polonia e da altri Paesi europei possa diventare la voce degli anti-Putin.

La stampa di Kiev ha raccontato in queste settimane come i servizi segreti russi — il Gru dell’intelligence militare, l’Fsb che ha ereditato la struttura del Kgb sovietico, l’Svr che cura gli interessi di Mosca nelle vecchie repubbliche dell’Urss — possano contare in tutto il Paese su agenti «in sonno»: insospettabili impiegati od operai, anonimi insegnanti, impegnati sindacalisti, operatori informatici, trasparenti signori della porta accanto che, una volta scattata l’invasione, possano collaborare con sabotaggi, delazioni, appoggio alle truppe russe. Scene da fiction? Difficile capirlo. Gli americani però sono sicuri: la fantasia e la determinazione di Putin, esperto ex agente del Kgb, non hanno limiti.

editorialista
di luigi ippolito, corrispondente da londra

C’è un «tanfo di Monaco» nell’aria in Europa: le parole del ministro della Difesa britannico, Ben Wallace, pronunciate la scorsa settimana, hanno fatto scalpore e diviso i commentatori. Ma è indubbio che la tentazione dell’appeasement con Putin sull’Ucraina attraversa le cancellerie occidentali: e suscita i paragoni col 1938.

Molte sono le analogie: la Germania nazista usava la minoranza tedesca per stringere il cappio attorno alla Cecoslovacchia, così come la Russia di Putin adopera i russofoni del Donbass per piegare l’Ucraina. E allora i Paesi europei, nell’illusione di evitare la guerra, riempirono Hitler di concessioni, culminate nella conferenza di Monaco, dove svendettero Praga in cambio di quell’inutile pezzo di carta che il premier britannico Neville Chamberlain sventolò al suo ritorno a Londra; un ruolo che in queste ore potrebbe essere incarnato dal francese Macron, che si fa in quattro per trovare una soluzione diplomatica in grado di accomodare le richieste di Putin.

imageIl presidente ucraino Zelensky ha fatto appello all’Occidente affinché sanzioni Mosca prima di un eventuale attacco

Più in generale, la corsa a Mosca dei leader europei tradisce quel sentimento che affiora in più di una dichiarazione, ufficiale o ufficiosa: ossia che bisogna tenere in conto le esigenze del Cremlino e individuare una via d’uscita dalla crisi che sia soddisfacente anche per Mosca. Ma il risultato è lo spettacolo di una coda di questuanti in attesa di essere ricevuti da un gangster senza scrupoli che tiene una pistola puntata alla tempia della sua vittima di turno.

Non è un caso che il paragone con Monaco sia arrivato da Londra: il governo britannico ha scelto la linea della fermezza e si muove in stretto coordinamento con quello americano sia sul piano dell’intelligence che su quello delle possibili sanzioni a Mosca e degli aiuti militari a Kiev. Certo, non sono mancate le critiche all’uscita di Wallace: perché equiparare implicitamente Putin a Hitler sarebbe eccessivo e accusare gli europei contro-producente, in un momento in cui andrebbe ricercata la massima unità fra alleati.

Ma la lezione di Monaco va comunque tenuta presente: perché le concessioni del 1938 non frenarono le ambizioni della Germania nazista, che anzi vi lesse un via libera all’espansione in Europa. E così allo stesso modo un cedimento sull’Ucraina difficilmente sazierebbe gli appetiti dell’orso russo.

5. La dura vita dell’ambasciatore americano a Mosca
editorialista

imageJohn Sullivan, 62 anni. Nominato da Trump, è stato confermato da Biden

Spie, espulsioni e ascensori guasti: di questi tempi fare l’ambasciatore americano a Mosca non è semplice neanche per un uomo esperto e navigato come il sessantenne John Sullivan, una vita passata tra incarichi ufficiali a partire dall’amministrazione di George Bush fino a quella di Donald Trump et ultra. Lui non si lamenta troppo e pensa allo zio William, che quando rappresentava gli Stati Uniti in Iran nel 1979 fu brevemente tenuto prigioniero il giorno di San Valentino da un gruppo di uomini armati. La situazione si risolse in poche ore. L’ambasciatore rientrò in patria prima che nel novembre dello stesso anno scoppiasse la vera crisi degli ostaggi.

«In famiglia il vero ambasciatore è lo zio, mica io» dice Sullivan a Politico. Certo anche il nipote «si trova in una terribile situazione», racconta Daniel Fried, veterano del corpo diplomatico Usa. «Sullivan è circondato dalla peggior ostilità russa dai tempi in cui il suo predecessore George Kennan fu cacciato dall’Unione Sovietica nel 1952». Lo dicono i numeri. Negli ultimi cinque anni i dipendenti della sede diplomatica Usa a Mosca sono passati da 1.200 a 150. Anche per le pressioni del governo russo.

L’ultimo a essere espulso è stato il vice ambasciatore Gorman Bart (e prima di lui la cuoca russa). «Interi corridoi sono vuoti e bui», racconta Sullivan. Ci sono problemi logistici: ascensori, generatori, pompe dell’acqua da riparare. E la collaborazione dall’esterno non è massima. La residenza storica dove dorme il diplomatico, Spaso House, non è lontana dall’ambasciata. Sullivan vive solo, senza i figli né la moglie, l’avvocata Grace Rodriguez. E la pandemia ha ridotto le visite di famiglia.

In carica da due anni, l’ambasciatore era stato scelto da Donald Trump. Una nomina «politica» che Joe Biden ha confermato (come succede di rado). Sullivan si è guadagnato il rispetto dei democratici quando ha ammesso che l’ambasciatrice Usa in Ucraina cacciata da Trump, Marie Yovanovitch, non aveva fatto niente di sbagliato. Fu allontanata perché si era rifiutata di assecondare le pressioni della Casa Bianca sull’inchiesta ucraina nei confronti di Hunter, il figlio di Biden. Fu Sullivan a informare la collega del licenziamento.

«Un presidente ha il potere di farlo», dice Sullivan a Politico. Ma ormai è acqua passata: la bufera dell’Est che portò all’impeachment di Trump in fondo è una bazzecola rispetto ai venti di guerra che soffiano oggi. Sullivan si muove nei corridoi bui della sua ambasciata. Comunque vada, sarà difficile che venga sequestrato come accadde al «vero ambasciatore» zio tanti anni fa.

6. Una nuova tesi sulla scomparsa del jet della Malaysian
editorialista

imageIl muro della memoria per i passeggeri del jet della Malaysian Airlines svanito nel 2014 (foto Ap/Lai Seng Sin)

Ci risiamo. Si avvicina l’anniversario della scomparsa del jet della Malaysian Airlines — 8 marzo 2014 — e tornano le tesi sul possibile disastro. L’ingegnere Richard Godfrey, lavorando sulle onde radio che il 777 avrebbe trasmesso, è convinto che l’aereo sia finito a circa 1.933 chilometri dalla città australiana di Perth, su un fondale di 4 mila metri.

In base ai suoi studi, il pilota ha compiuto alcune manovre compatibili con quelle di «attesa», per quasi venti minuti è rimasto in una zona come se dovesse decidere cosa fare o dovesse ricevere una comunicazione. Sempre l’esperto non esclude che il comandante temesse di «essere seguito». La sua conclusione è che ogni cambiamento di rotta è stato determinato da una scelta voluta, non c’era il sistema automatico a guidare il Boeing. Godfrey, infine, ritiene che forse vi siano informazioni ancora riservate e che, se divulgate dai malesi, potrebbero aiutare a svelare il mistero costato la vita a 239 persone.

Brevemente vi ricordo tutte le teorie elaborate in questi anni sulla sciagura: abbattimento per errore; distrutto perché temevano un’azione simile a quella dell’11 settembre; dirottamento finito male; gesto suicida del capitano o del copilota; avaria catastrofica; atterraggio in luogo remoto (dal Kazakhastan all’isola di Diego Garcia). Molte anche le ipotesi sul punto di impatto finale.

7. Un’Olimpiade unica (nel bene e nel male)
editorialista
di guido santevecchi, corrispondente da pechino

imageXi Jinping ieri alla cerimonia conclusiva delle Olimpiadi invernali di Pechino

Ventimila lanterne rosse hanno illuminato la notte del Nido d’uccello per la chiusura dei Giochi. Xi Jinping ha sfoggiato uno sguardo conciliante sotto la mascherina rossa, in mondovisione. La sceneggiatura ideata da Zhang Yimou ha cercato di replicare la magia dell’estate 2008, l’Olimpiade che celebrava la grande apertura cinese. Ma neanche la macchina del tempo cinematografica del regista delicato e geniale ha potuto far dimenticare che quella di allora era una Cina orgogliosa di mostrare la sua nuova compartecipazione alle vicende del mondo; quella di oggi è una superpotenza sospettosa del resto del mondo, che a causa (anche col pretesto) della pandemia si è richiusa in se stessa.

Un’Olimpiade come nessun’altra, «semplice, sicura, splendida, insieme per un futuro condiviso» aveva detto Xi Jinping. La sua Cina ha mantenuto la promessa, nel bene e nel male. (…) Il discendente del pauperista Mao ha portato il circo miliardario della neve in una megalopoli «moderatamente prospera» (copyright del Partito) dove non nevica quasi mai; ha mostrato al mondo la prodezza cinese nel campo delle infrastrutture, con impianti modernissimi come l’Ice Ribbon e le piste dello sci a mezzora di ferrovia ultraveloce, costruita alla modica cifra di 9 miliardi di dollari.

(…) Xi ha dato anche prova di saggezza manageriale, facendo riciclare lo stadio del nuoto, quel bellissimo Water Cube per noi indimenticabile teatro dell’oro 2008 di una ventenne Federica Pellegrini: la struttura è stata «congelata» ed è diventata l’Ice Cube del curling dove la coppia azzurra Constantini-Mosaner ha trasformato in oro un gioco che prima conoscevamo solo per lo stralunato film «La Mossa del pinguino». Ha avuto anche un po’ di fortuna meteorologica Xi: dopo aver fatto riempire di neve artificiale le piste di montagna, con tecnologia italiana a basso impatto ambientale, ha potuto mostrare in mondovisione la meraviglia del bianco naturale caduto in abbondanza su Pechino.

Qualcuno sospetta che il Partito-Stato abbia la capacità di dominare le nuvole seminando pioggia o neve quando serve (e c’è tecnologia anche per questo). Un’Olimpiade come nessun’altra, quindi, con orari rispettati al secondo e campi di gara perfetti. Spetta ora a Milano-Cortina attrezzarsi per non sfigurare al paragone, tra quattro anni. (…) Ma Pechino 2022 è stata unica anche negli aspetti spiacevoli. All’era del coronavirus, Xi voleva salire sul podio come il primo e l’unico leader mondiale capace di arrestare i contagi. Questi Giochi sono stati insaccati in un «cerchio chiuso», vetrina della Tolleranza Zero verso il Covid-19 che dopo Wuhan 2020 ha evitato alla Cina «il caos che ancora si vede in Occidente» (così ripete instancabile la propaganda).

Grandi attori (circa tremila atleti) e comparse (60 mila tra accompagnatori, allenatori, giudici, dirigenti sportivi, cronisti e una massa di volontari e personale logistico cinesi) sono stati tenuti a Pechino ma segregati dalla vera e inavvicinabile Pechino in tante microbolle così strette da togliere l’aria. Nella quarantena olimpica (che non prevedeva affidamento fiduciario perché, il Partito non si fida di nessuno) i tempi sono stati scanditi da tamponi quotidiani; misurazione della temperatura all’entrata e all’uscita di ogni spazio chiuso; obblighi di registrazione di ogni movimento su app locali lente, burocratiche e inefficienti; perquisizioni personali («allarghi le braccia, svuoti le tasche, si giri, esca e non rientri che altrimenti si ricomincia») e passaggi al metal detector condotti con uno zelo che è scivolato spesso in scortesia probabilmente non casuale.

Questa tolleranza zero ha avuto successo sotto l’aspetto strettamente sanitario, perché in tre settimane di Giochi olimpici si sono contati meno di 500 positivi. Ma perché proclamare «Insieme per un futuro condiviso» in decine di migliaia di manifesti se poi li hanno appiccicati su palizzate e grate metalliche chiuse con lucchetti? Probabilmente non è stato un eccesso di precauzione anti-virale, ma il virus di una Tolleranza Zero per il mondo esterno che si è impadronito della superpotenza cinese (qui l’articolo completo).

8. Cinquant’anni fa stringendo la mano a Mao gli Usa isolarono l’Urss. Oggi servirebbe il contrario: fantapolitica?
editorialista
di zeno leoni, DOCENTE DI STUDI DELLA GUERRA AL KING’S COLLEGE DI LONDRA

imageL’incontro tra Putin e Xi Jinping a Pechino il 4 febbraio

L’incontro Nixon-Mao portò a un disgelo diplomatico fra Usa e Cina dopo vent’anni di relazioni interrotte. Con questa mossa pragmatica in cui si accettavano differenze socio-politiche reciproche, Stati Uniti e Cina isolarono l’Unione Sovietica. Oggi Washington affronta un nuovo tipo di guerra fredda con Pechino. Dunque, è possibile ripetere il rapprochement – «riavvicinamento» – ma questa volta fra Usa e Russia per isolare la Cina?

imageRichard Nixon durante il suo viaggio a Pechino: vide Mao il 21 febbraio 1972

L’idea non è fantapolitica. Nel 2009 la segretaria di stato Hillary Clinton in missione a Ginevra offrì al ministro degli esteri russo Sergey Lavrov un pulsante rosso con la scritta «reset». Mentre secondo la Cnn, Donald Trump sarebbe stato «morbido» verso la Russia per 37 volte, manifestando la propria ammirazione per Putin o negando le interferenze russe nelle elezioni che lo hanno portato alla presidenza. Obama dichiarò che l’Ucraina sarebbe sempre stata vulnerabile alla Russia; Trump fece capire che la Russia poteva tenere la Crimea.

Il più eminente studioso di Relazioni Internazionali, John Mearsheimer, sostiene che «è nell’interesse americano avere la Russia come alleato contro la Cina». Lo stesso presidente Biden, prima del suo incontro con Putin nell’estate del 2021 provocò il Cremlino sostenendo che Mosca rischia di essere «schiacciata dalla Cina». Tuttavia, oggi le condizioni strutturali per un nuovo riavvicinamento non ci sono. Crisi come quella odierna e del 2014 in Ucraina minano ogni illusione strategica. Inoltre, cinquant’anni fa la Cina si sentiva minacciata dall’Urss.

Oggi, Mosca vede in Pechino un partner in crime – un complice. La dichiarazione congiunta russo-cinese rilasciata alle Olimpiadi Invernali di Pechino il 4 febbraio è un inno alla sovranità degli Stati contro le interferenze domestiche dell’Occidente. Ma è anche una fotografia di un mondo sempre più diviso fra due verità. Ciò che per alcuni è «diplomazia del lupo guerriero» — la politica estera assertiva della Cina — per altri è «armonia». Giusto o sbagliato che sia, queste divergenze offrono un’anticipazione del futuro ordine internazionale.

9. L’altro incubo di Joe: i camion trumpiani per le strade di Washington
editorialista
di massimo gaggi, da new york

imageUn camion del «freedom convoy» di Ottawa fermato dalla polizia canadese (foto Ap/Cole Burston)

Joe Biden ha due incubi: quello dei carri armati di Vladimir Putin in Ucraina e quello dei camion di Donald Trump nelle vie di Washington. Dei timori di guerra in Europa parla di continuo: una strategia comunicativa fatta di allarmi estremi che ha colpito molti. Meno ostentato il timore di una rivolta dei camionisti anti-vax che, com’è avvenuto in Canada dove hanno bloccato la capitale, Ottawa, tenti di paralizzare Washington quando, tra poco più di una settimana, il presidente pronuncerà davanti al Congresso il primo discorso sullo Stato dell’Unione della sua presidenza.

Il timore che i camionisti di Ottawa possano «contagiare» quelli statunitensi c’è da giorni: Fox News, la tv (trumpiana) di Rupert Murdoch segue con entusiasmo le gesta dei conducenti canadesi e diversi parlamentari repubblicani hanno invitato quelli Usa a seguire il loro esempio. Del resto il governo di Trudeau ha denunciato un’ingerenza straniera nei suoi affari non solo per questi inviti, ma anche perché sui «bisonti della strada» che hanno bloccato Ottawa e i ponti al confine con gli Stati Uniti a Detroit sventolavano bandiere assai poco canadesi: quelle dei cospirazionisti QAnon e quelle dei confederati della guerra civile americana di metà Ottocento.

Si era temuto che otto giorni fa un «freedom convoy», un convoglio della libertà, potesse arrivare a Los Angeles per tentare di cingere d’assedio l’arena del Super Bowl. Così non è stato, ma ora la Capitol Police di Washington, la polizia del Congresso, rende noto di essere al corrente di piani per la costituzione di una serie di convogli di camion che dovrebbero arrivare un città il primo marzo, quando Biden parlerà alla nazione. La polizia del Parlamento sta preparando un piano per evitare blocchi in città d’intesa con la Guardia Nazionale e le agenzie federali per la sicurezza.

Ci sono notizie di organizzazioni di autocolonne, una delle quali dovrebbe partire addirittura dalla California, ma le forze dell’ordine sono abbastanza certe di poter bloccare gli autotreni lungo il perimetro della circonvallazione esterna di Washington. Più difficile bloccare camion già presenti in città, se anche qui verrà organizzato un convoglio ribelle. Già ora, comunque, nessun camion può avvicinarsi al Campidoglio se non ha un’autorizzazione specifica e la polizia non è stata informata. Sono state, invece, tolti, i reticolati coi quali la sede di Camera e Senato era stata recintata dopo l’assalto del 6 gennaio dello scorso anno.

Ma, nel clima politico surriscaldato dell’America di oggi, Biden potrebbe avere qualche problema anche dentro l’aula della Camera dove terrà il suo discorso. Saranno presenti solo i parlamentari, pochi loro assistenti e alcuni giornalisti, tutti con rigoroso obbligo di mascherina. E proprio questo potrebbe far scattare qualche moto di ribellione, visto che ormai tra gli eletti repubblicani ci sono anche diversi radicali anti-sistema seguaci di Trump, grande fan dei camionisti.

10. I maiali e il miliardario: faida da McDonald’s
editorialista

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Nel board di McDonald’s si sta combattendo una faida sulla cotenna dei maiali: da un lato c’è il miliardario Carl Icahn che, con in tasca 200 azioni, vuole strappare due posti nel consiglio di amministrazione proponendo un trattamento più etico degli animali; dall’altro ci sono i vertici della multinazionale, che sostengono sia impossibile nell’attuale industria della carne suina soddisfare le richieste dell’investitore.

In mezzo ci sono loro, i maiali, che prima di finire nei panini di McDonald’s vengono allevati in modo inumano. Già nel 2012 il colosso con sede a Chicago si era impegnato a non comprare più carne suina da allevatori che utilizzano le minuscole gabbie di gestazione in cui vengono rinchiuse le scrofe durante la gravidanza, ma la promessa non è stata mantenuta appieno: al momento il 60% della carne americana di McDonald’s arriva da produttori che non fanno uso delle gabbie, così piccole che impediscono agli animali di girarsi e già illegali in California e Massachusetts, ma gran parte degli allevatori «virtuosi», ha raccontato Icahn, 86 anni, in un’intervista al Wall Street Journal, liberano le scrofe soltanto dopo 4 o 6 settimane — su 16 totali — di gestazione.

E così il miliardario che ha parzialmente ispirato l’avido Gordon Gekko del film Wall Street è andato all’assalto, influenzato — sostiene — dalla figlia vegetariana e amante degli animali, Michelle Icahn Nevin, che in passato ha lavorato con la no-profit Humane Society of the United States (qui l’articolo completo).

11. Un diverso tipo di «carro armato» spaventa la California

imageHank in una foto scattata da un residente

(Michele Farina) Hanno chiamato la polizia più di cento volte dallo scorso luglio, hanno provato ad allontanarlo con sirene e Taser, esche e proiettili di gomma. Ma niente: i residenti della sponda sud del Lago Tahoe in California non sono ancora riusciti a «neutralizzare» (in senso buono) l’intruso di 250 chili soprannominato Hank the Tank: l’orso nero decisamente sovrappeso (gli esemplari della sua specie di solito vanno dai 50 ai 150 km) in questi mesi è entrato in almeno 28 abitazioni di Tahoe Keys, 190 km a Nord-Est di San Francisco. Sempre con un solo obiettivo: pappa.

Peter Tira, portavoce del California Department of Fish and Wildlife, dice al New York Times che la situazione si è fatta potenzialmente pericolosa: «L’orso ha perso completamente la paura degli esseri umani». Hank ama il nostro cibo, che lo fa ingrassare aumentando così la sua capacità di sfondare box e dispense per procurarsi nuove delizie. In questa situazione, perché dormire? Quest’inverno «il carro armato Hank» non è neppure andato in letargo. Questo mese ha beffato un tentativo di cattura con una trappola.

Le riserve in grado di accoglierlo sono piene zeppe. Provare con un sonnifero? L’ultima opzione sarebbe l’abbattimento. L’emergenza orsi neri non solo in California è cresciuta con la pandemia, perché molte persone hanno lasciato le città per lavorare da remoto, per esempio sulle rive del Lago Tahoe (sempre più in secca). Anziché cibarsi di bacche e pesci, Hank the Tank ha trovato più semplice papparsi resti di pranzi e cene. Certo non merita di essere ucciso, ma di essere portato in una foresta lontano dagli umani. E dalle loro pizze.

Buon inizio settimana e a domani,

Marilisa Palumbo

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